Alfonso Piccolomini

Alfonso Piccolomini “il duca bandito” era il figlio primogenito di Giacomo Piccolomini Todeschini, e di Isabella Orsini di Niccolò, conte di Pitigliano, nacque ad Acquapendente nel 1558.

All’età di sedici anni, alla morte del padre ereditò, oltre al feudo di Camporsevoli nella Val d’Orcia, anche quello di Montemarciano, nella Marca di Ancona.
Di carattere irrequieto e violento non tardò a trovarsi coinvolto in conflitti con diverse famiglie del territorio.

In quegli anni il feudo di Montemarciano era divenuto un ricettacolo per i banditi che infestavano lo Stato Pontificio. Per questo il papa Gregorio XIII dapprima diffidò il Piccolomini nel continuare ad offrire rifugio ai malfattori quindi cercò consensi presso altri signori affinchè glie lo consegnassero, senza però ottenere quanto sperato.

Alfonso Piccolomini nel 1577 fu arrestato a Siena, restò in carcere per acuni mesi, uscendone solo con la promessa di non tornare mai più nei territori dello Stato Pontificio.
Nel 1578 sposando Ippolita figlia di Ludovico Pico della Mirandola ottenne una cospiqua dote in danaro che gli permise di saldare gran parte dei debiti che aveva contratto.

Negli anni a seguire Piccolomini stabilì rapporti con un famoso bandito che imperversava tra l’Umbria e le Marche, Petrino da Spoleto.
Con la morte di quest’ultimo, Piccolomini divenne padrone incontrastato dei territori pontifici.

Iniziò quindi a vendicarsi dei suoi nemici, come Pier Conte Gabuzio signore di Montaldobbo (Ostra), Piccolomini saccheggiò il paese e ne massacrò gli abitanti.
Per questo atto Piccolomini fu scomunicato e bandito dallo Stato Pontificio.

A capo di 200 uomini si ritirò in Toscana, ma nel 1581 fece ritorno nelle Marche, saccheggiò Ascoli Piceno, quindi il convento di Brogliano a Colfiorito.
Sull’operato del duca bandito, molti ne giustificavano le azioni come vendetta per le offese ricevute dal papa.

Con l’intento di tornare in possesso del suo feudo presentò una supplica, così nel 1583 gli fu offerto il generalato di Avignone, con revoca della scomunica e della condanna.
Dopo due anni il duca bandito, tornò a Montemarciano che intanto era stata devastata dalle truppe pontificie.
Non trovando dimora, tornò in Francia per tornare nuovamente in Italia nel 1586 per combattere i banditi del senese.

Dopo questo suo intervento papa Sisto V lo assolse restituendogli i suoi beni.
Ma nel 1589 Piccolomini si trovò nuovamente al centro delle scorribande dei banditi nella zona di Ascoli.
Iniziarono ad essere emesse diverse taglie sulla sua testa, 10000 ducati da Venezia a cui seguirono 20000 scudi dal granduca toscano.

Alfonso Piccolomini a quel punto era costretto a travestirsi per spostarsi ma nel gennaio del 1591 fu catturato nei pressi di Cesena ed incarcerato a Forlì.
Fu trasferito a Firenze dove dopo un processo segreto fu impiccato alla torre del Bargello il 16 marzo 1591.
Terminò così la vita avventurosa di Alfonso Piccolomini il duca bandito.

Braccio da Montone

Andrea Fortebraccio, noto come Braccio da Montone (Perugia, 1º luglio 1368 – L’Aquila, 5 giugno 1424), è stato un nobile, condottiero, capitano di ventura e politico italiano.

Nelle Marche

Il Fortebraccio nel 1390 formò una compagnia di quindici cavalieri per mettersi al soldo dei Montefeltro contro i Malatesta.
Nel 1391 venne ferito al petto e alla nuca durante l’assalto alla rocca di Fossombrone, e da quella battaglia rimase leggermente zoppo alla gamba sinistra.
Nel 1407, divenne padrone di Rocca Contrada (Arcevia), la difese contro Ludovico Migliorati marchese di Fermo, nel 1408, Braccio ripiegò nelle Marche, ad Ancona e s’impossessò di Jesi.
Nel 1417 spostandosi tra Umbria e Marche fu fermato dai Montefeltro presso il castello di Cantiano che Fortebraccio denominò “Maledicto arnese de guerra!”.

Morì il 5 giugno 1424 a seguito delle ferite subite in una cruenta battaglia presso la Piana di Bazzano nella Guerra dell’Aquila.

informazioni

Carlo II Malatesta

Carlo II Malatesta è stato un nobile, condottiero e capitano di ventura italiano, signore di Civitanova Marche, Fossombrone, Gradara, Montemarciano, Pesaro, San Costanzo e Senigallia.

Figlio terzogenito di Malatesta IV Malatesta ed Elisabetta da Varano fu fatto prigioniero a Gradara nel 1424 insieme al fratello Galeazzo in seguito alla disfatta contro i Visconti.

Nel 1430 subì una sconfitta contro Rimini, guidati dal loro signore Sigismondo Pandolfo Malatesta.

Poi nel 1431 fu costretto a rifugiarsi a Fossombrone e poi a Gradara in seguito alla rivolta accesa a Pesaro e pio negli altri domini.

Due anni dopo grazie all’aiuto dei Montefeltro ed i Visconti, tornò a Pesaro ed uccise quanti accesero la rivolta. Morì a Pesaro il 14 novembre 1438 e fu sepolto nella Chiesa di San Francesco d’Assisi.

Correggio

della Robbia

I Della Robbia sono stati una famiglia di scultori italiani, specializzata nella tecnica della terracotta policroma invetriata inventata da Luca, che aprì una redditizia bottega a Firenze.

Il nome deriva da una tintura robbia cioè rosso, quindi si pensa che la famiglia, documentata dal XIII secolo in città, fosse una famiglia appartenente all’Arte dei Tintori. Le maioliche invetriate alla fiorentina tradizionalmente anche oggi si chiamano robbiane.

I suoi componenti più famosi sono:

Luca (di Simone) della Robbia (1400 circa-1482), iniziò la carriera come scultore a fianco di Donatello, in seguito scoprì la tecnica per realizzare sculture policrome (in realtà solo azzurre e bianche o avorio) usando la terracotta invetriata; sviluppò questa tecnica con successo e vi si dedicò esclusivamente abbandonando la scultura; la sua bottega fu molto attiva e tramandò la tecnica ai parenti assicurando il successo alla famiglia per generazioni.
Andrea della Robbia (1435-1525) nipote di Luca, ovvero figlio di suo fratello Marco, sviluppò la tecnica appresa dallo zio e la portò ad amplissima diffusione, grazie ad alcune innovazioni che crearono un laboratorio di tipo proto-industriale, grazie alla notevole efficienza e alla relativa rapidità di creazione delle opere.
Giovanni della Robbia (1469-1529) figlio di Andrea, sperimentò la tecnica ampliando il numero di colori disponibili e usandoli con maggior enfasi. I suoi lavori sono di grande perizia tecnica e artistica ma rispetto ai predecessori risultano un po’ più appiattiti e in uno stile ormai diventato convenzionale. Alla sua scomparsa la bottega di famiglia non trovò validi eredi e cessò l’attività.

fonte: Wikipedia

della Rovere

I Della Rovere furono una nobile famiglia italiana, originaria di Savona è legato soprattutto alle vicende del Ducato di Urbino e dello Stato Pontificio.
Il primo eminente personaggio della stirpe fu Francesco (1414-1484), Papa nel 1471 con il nome di Sisto IV.
Nel 1508 i Della Rovere ottennero il ducato di Urbino e nel 1513 la città di Pesaro.
Il duca Guidobaldo da Montefeltro non aveva prole maschile e adottò per la successione il nipote Francesco Maria I Della Rovere, figlio della sorella Giovanna e di Giovanni Della Rovere, signore di Senigallia e congiunto di Sisto IV.
La linea dinastica Montefeltro Della Rovere si estinguerà nel 1631 con la scomparsa dell’ultimo duca di Urbino Francesco Maria II e della nipote granduchessa consorte di Toscana Vittoria.
I Della Rovere unirono nel nuovo blasone ducale il loro simbolo, la quercia, all’alloro dei Montefeltro.

fonte: storiarinascimentale.it

Federico da Montefeltro

Federico da Montefeltro è nato il 7 giugno 1422 frutto di una relazione extraconiugale del conte Guidantonio con una giovane rimasta senza nome.

Fu senza dubbio una delle più celebri figure del Rinascimento: raffinato mecenate, abile condottiero, mise queste ultime sue doti, al servizio di Ferdinando I re di Napoli (1460), ma anche di papa Pio II contro Sigismondo Pandolfo Malatesta (1417-1468), signore di Rimini a cui sottrasse Senigallia e Fano.

Negoziò nel 1445 la cessione di Pesaro da parte di Galeazzo Malatesta ad Alessandro Sforza patteggiando per se l’acquisto di Fossombrone.
Così nel 1460 sposò Battista Sforza (1446-1472) figlia di Alessandro Sforza, che fu una grande protettrice di umanisti.

Per anni, Federico, si trovò a dirimere le dispute tra i Malatesta di Rimini ed il papato, ottenendo infine nel 1474, il meritato titolo di Duca di Urbino e quindi il riconoscimento del suo Stato.

Federico da grande mecenate, riunì letterati e artisti, presso il nuovo palazzo ducale, fatto erigere ad opera dei più importanti architetti dell’epoca, Luciano Laurana, Francesco di Giorgio Martini, Maso di Bartolomeo che realizzarono una delle più importanti opere artistico-architettoniche del Rinascimento italiano.

Nel Palazzo Federico con la moglie Battista raccolsero una collezione di manoscritti, miniati e vergati.
E nel 1475 Federico da Montefeltro investì più di trenta mila ducati per far miniare “il libro più bello del mondo”.

L’opera fu completata in due anni, si tratta di una bibbia in due volumi, realizzata con le pelli di cinquecento pecore e miniata da artisti come Domenico Ghirlandaio.
Il manoscritto passò alla storia come “La Bibbia di Federico da Montefeltro”.

Oggi tutta la biblioteca non si trova più nel Palazzo Ducale, i libri furono acquistati nel 1657, per soli dieci mila scudi da papa Alessandro VII ed ora conservati nella Biblioteca Apostolica Vaticana.

Federico da Montefeltro morì a Ferrara il 10 settembre 1482, durante la campagna militare contro Venezia.
Gli successe il giovanissimo figlio Guidobaldo, guidato e assistito dallo zio paterno, Ottaviano Ubaldini conte di Mercatello.

Fra Moriale

MORIALE Giovanni, detto fra Moriale (Moriale d’Albarno), Nacque a Narbona, in Francia, probabilmente negli anni Trenta del XIV secolo, con il nome di Jean Montreal du Bar.

Nel 1345, imbarcato su una galea che da Marsiglia doveva portare merci a Napoli, naufragò sulla foce del Tevere.
Moriale trovò rifugio presso lo zio priore degli spedalieri gerosolimitani a Capua.
Così entrò a far parte dell’Ordine di san Giovanni di Gerusalemme, divenendone priore e comandante delle truppe; da quel momento fu chiamato “fra Moriale”.

Trascorse gli anni seguenti con periodi al servizio di diversi signori alternati ad altri dediti al saccheggio dei territori tra la Campania, la Puglia salendo fino alla Toscana.
Nel 1352 con una compagnia di 1700 uomini si recò a Roma per metterli a disposizione del papa contro Orvieto.

Scaduto il contratto Moriale passò al servizio del prefetto di Orvieto conubio che durò solo un mese.
Così iniziò a costituire una compagnia di 3000 sodati tra italiani, ungheresi, tedeschi e svizzeri.

Con questi uomini si recò nelle Marche per mettersi al soldo di Gentile da Mogliano, signore di Fermo, contro Pandolfo e Galeotto Malatesta.

Dopo aver liberato Fermo, si diresse a nord saccheggiando Fano, Pesaro, Rimini, Mondolfo, Jesi e Filottrano dove fece una strage di civili.
Continuò le razzie a Numana, Castelfidardo ed Ancona.

La fama di fra Moriale cresceva e a quel punto poteva contare su oltre 20000 seguaci, i Malatesta al fine di limitare ulteriori saccheggi, cercarono il sostegno di Firenze, Perugia e Siena.
Visto che l’accordo tra le città Moriale riuscì ad ottenere 40000 fiorini dai Malatesta ed altri da Firenze.

Nel 1354 Siena fu costretta a pagare 13000 fiorini per essere risparmiata, mentre Arezzo raggiunse un accordo conferendo vettovaglie.
Spostandosi verso nord furono fermati da uomini inviati da Firenze che furono sconfitti sicchè la città pagò 25000 fiorini con il patto che la compagnia si tenesse alla larga dal territorio per almeno due anni.

Nell’agosto dello stesso 1354, Moriale firmò una ferma di quattro mesi per la sua compagnia, con la lega di Lombardia, contro Giovanni Visconti arcivescovo di Milano, per ben 150000 fiorini.

Invece di seguire la compagnia Moriale si diresse a Roma per discutere questioni riguardanti i suoi fratelli, con Cola di Rienzo.
Quest’ultimo invece lo fece imprigionare e decapitare il 29 agosto 1354, inoltre divise con il papa le sue ricchezze.

Francesco di Giorgio Martini

Francesco di Giorgio Martini fu un pittore, scultore, architetto (Siena 1439 – ivi 1501).

Fu molto attivo nel territorio marchigiano, sin dal 1476 quando entra alla corte di Federico da Montefeltro ad Urbino, per occuparsi dei lavori del Palazzo ducale in particolare delle ali prospicienti la piazza e del giardino pensile, lavora pure al duomo, al convento di S. Chiara e alla chiesa di S. Bernardino.

Propone anche il disegno per il Palazzo pubblico di Jesi; progetta un sistema di rocche e fortificazioni: Sassocorvaro, 1476-78; San Leo, 1479; Cagli, 1481; Mondavio, dal 1482.

Notevole il suo Trattato di architettura civile e militare, con un importante complemento grafico illustrativo.

Galeazzo Malatesta

Galeazzo Malatesta, soprannominato l’inetto, è stato un politico e condottiero italiano, signore di Pesaro e di Fossombrone. Figlio primogenito di Malatesta IV ed Elisabetta da Varano.