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"Ne
l'alma guerra e ne la bocca pace"
E TORMENTI DI CECCO D'ASCOLI In misura maggiore di Alessandro Conte di Cagliostro, Francesco Stabili, detto già dai suoi contemporanei Cecco d'Ascoli, è assurto ad emblema della magia marchigiana. Se non altro per l'alone di triste e tetro mistero che la sua figura di erudito necromante ed alchimista si trascinò dietro, nei secoli, nell'immaginario della gente della Marca. Cecco fu un uomo tormentato, intellettualmente violento, in continua polemica con il mondo e soprattutto con se stesso, per non essere riuscito a contrastare "l'empio laccio" impostogli dalle autorità religiose egemoni del suo tempo. Animato da un fiero spirito ghibellino, così Cecco si esprimeva in un sonetto inviato a Francesco Petrarca nell'ultimo anno di sua vita: |
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I' non so ch'io mi dica 'io non taccio, nono so e cieco farme, per mia salute io ho renduto l'arme, è men stringo più abbraccio. io vivendo ognor l'empio laccio, li occhi i' non so guidarne ch'io ridendo vivo lagrimando. è si m'ha condotto il negro manto, è la morte po' ch'io amando bella vista coverta dal velo per mia pena 'ha promessa il Cielo " a Cino da Pistoia scriveva con tragica incisività: "... o messer Cino, i' veggio ch'è discorso tempo ormai, chè pianger mi conviene chè la setta ch'el vizio mantene che dal Cielo habbia soccorso. cader diviso questo regno, che a ogni buon conven tacere, quivi regnare ogni malegno, chi vi vuol suo stato mantenere che taccia che dentro giace. 'alma guerra, nella bocca pace " |
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setta
cui Cecco fa riferimento in questo sonetto, secondo alcuni commentatori
sarebbe stata quella di rimatori del XIII secolo, detti "Fedeli d'Amore".
Essi si prefissero di esaltare la "sophia", ovvero la divina
sapienza essotericamente intesa, sebbene fosse stata occultata "sotto
i velami de li versi strani" per sfuggire ai rigori dell'Inquisizione. vita e le opere d'Ascoli nacque nel
capoluogo del Piceno nel 1269. La sua famiglia dovette essere agiata,
se gli fu concesso l'apprendimento primario attraverso gli studi di scienze
naturali e di matematica. Verso i diciotto anni di età, entrò
postulante nel monastero ascolano di Santa Croce ad Templum, inserendosi
in contatto con l'esoterismo templare, del quale il centro monasteriale
sembra essere stato propulsore nella vita religiosa del tempo nella Marca
meridionale. Tuttavia sembra che fossero insorti dissapori dottrinari
tra Cecco e i Templari ascolani, come si evince da ceri sonetti dell'età
matura e dal rapporto di reverenza e insieme di avversione emerso dalle
rime poetiche. Cecco abbandonò il noviziato dei nove anni tra i
Templari, dismesse l'abito e trovò consolazione negli studi di
medicina e di astrologia. Secondo gli scritti di Giovanni Villani, Cesso
d'Ascoli fu astrologo di corte di Carlo d'Angiò a Firenze, nel
1309. Nel capoluogo toscano strinse rapporti d'amicizia con alcuni poeti,
tra i quali Dante Alighieri, con il quale si recò a Parigi nel
1311. Successivamente si fece pellegrino a San Giacomo di Compostella,
in compagnia di Guido Cavalcanti. Ritornò a Firenze nel novembre
del 1314. Però, a causa delle inimicizie accumulate sia per debiti
di gioco che per diatribe religiose, fu costretto a trasferirsi a Bologna.
Qui prese ad insegnare medicina e filosofia presso il locale ateneo. Vi
rimase fino al 1325, eccezione fatta per un breve periodo di soggiorno
alla corte papale di Avignone, dove svolse le mansioni di medico personale
di papa Giovanni XXII.
eredità culturale Cecco
d'Ascoli trattato bruciato tra le fiamme potrebbe essere stato un commento
critico de "La Sphera de Sacro Bosco", opera di valenza ermetica
stampata solennemente a Basilea nel 1485, e che ricomparve alcuni anni
più tardi con il titolo di "Sphera Mundi cun tribus commentariis
Cicchi Asculani". I testi già attribuiti a Cecco, dal titolo
"Praelectiones ordinariae Astrologiae habitae Bononiae" e "Incipit
scriptum de principiis Astrologiae secundum Ciccum", ora si presumono
essere state, invece, opere dei suoi discepoli bolognesi.
(Gabriele Petromilli) |
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